
Il teatro drammatico
La tragedia è una delle forme più antiche di teatro. Le sue origini sono oscure, ma derivano certamente dalla ricca tradizione poetica e religiosa della Grecia antica. Le sue origini possono essere fatte risalire più specificamente ai ditirambi, i canti e le danze in onore del dio Dioniso della mitologia greca, più tardi noto agli antichi Romani come Bacco. Proprio per queste sue origine ancora sconosciute si è soliti riportare la preistoria della tragedia (la proto-tragedia) in ambiente dorico. Aristotele affermava che la tragedia discendeva dal Dramma Satiresco. Secondo Aristotele il nome “dramma” deriva dal dorico “dran” “fare/agire”. In epoca antica Atene rivendicò la paternità della tragedia, anche se la lingua in cui il Coro si esprimeva era la lingua dorica. Anche l'origine del nome è avvolta nel mistero, secondo le teorie più accreditate la prima parte del nome va messa in rapporto con “tràgos” “capro”, quindi:
1) ‘Canto sul capro’; lode a Dioniso, spesso rappresentato come capro .
2) ‘Canto per il capro’; un premio per un componimento poetico.
3) ‘Canto dei coreuti mascherati da capri’; un richiamo al Dramma Satiresco.
Secondo
la definizione aristotelica, la tragedia è l’ imitazione
di un’azione nel suo stesso svolgersi. Ciò che si
rappresenta in una tragedia. Infatti, è un azione in atto,
diversamente da un racconto, in cui ciò che si racconta è
l'azione trascorsa. Il tempo
della tragedia è un presente assoluto "hic et nunc"
che agisce in quella 'realtà alternativa' che è il
momento teatrale. Lo spettatore della Grecia antica che assiste ad
una tragedia vive una realtà che differisce da quella che
sperimenta quotidianamente, ma che è altrettanto reale. L'atto
teatrale, che accade in un tempo presente contemporaneo a quello di
chi assiste, rende possibile qualsiasi evento imprevisto, esattamente
come il presente dell’esperienza quotidiana, pur rifacendosi ai
miti che in quanto tali sono eventi passati e immutabili. Le regole
temporali in cui lo spettatore viene attratto sono peraltro proprie
del tempo scenico: l'intera vita di un uomo può essere
ripercorsa in poche ore. L'eroe tragico, impersonato dall'attore, non
perde la sua facoltà di autodeterminazione: i testi tragici
sottolineano la volontà dell'uomo come elemento determinante,
mettendolo a confronto con una alternativa, nella quale egli può
ancora scegliere. La contraddizione, all'interno dell'illusione
teatrale, è tra il presente scenico e il passato del mito, nel
quale la scelta è già stata fatta. Nella tragedia
prende forma il paradosso della coesistenza di due diversi universi
temporali. Il percorso obbligato del mito costituisce il destino
dell'eroe tragico, iniziando la riflessione umana sul contrasto tra
necessità
e libertà,
riflessione con la quale anche il mondo contemporaneo continua a
confrontarsi.
Inizialmente
l’attore era subordinato al coro ed interagiva con esso,
anziché con un altro attore;così facendo si riflette la
struttura connettiva di una comunità, in cui il singolo si
rapporta con la collettività.
Ma ben presto prende importanza l'attore (il "protagonista"), che viene affiancato da un secondo attore ("deuteragonista") e poi (ad opera di Sofocle)da un terzo ("tritagonista"). A causa dell'interazione tra gli attori, che dialogano tra di loro, ecco che il baricentro dell'azione si sposta sul loro dialogo. Il Coro tende a diventare quasi uno sfondo scenico o per lo meno a perdere la funzione originaria interagendo in modo complesso con l'azione.
Iniziano
a parlare in trimetri giambici, metro che produce una cadenza molto
vicina al parlato e non sono accompagnati da musica, mentre il Coro è
continuamente accompagnato dal suono del flauto. Il compito del coro
è, anche, quello di spiegare al pubblico azioni e reazioni che
avvengono sulla scena, le quali, per motivi ovvi, non sono di facile
e immediata comprensione; il Coro è neutrale rispetto agli
attori e alle loro azioni, e svolge la funzione di "narratore".
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La tragedia greca si stempera nel periodo romano. I Romani preferiscono infatti generi come la Commedia, e in generale le rappresentazioni teatrali sono represse duramente in epoca crristiana, sia per certe valenze sensuali proprie delel comemdie, ma ancor piu' per la celebrazione di dèi e di valori pagani.
Il medievo è caratterizzato da molte rappresentazioni, per lo piu' a sfondo sacro e edificante, ma difficilmente possiamo scorgervi un legame o una parentela con la tragedia.
La
tragedia rinasce invece in tempi più moderni, e si riallaccia
in qualche modo alle epoche precedenti, ma anche trasformandosi e a
volte fondedosi in forme nuove. Ecco che si rinverdiscono i temi
mitologici (es. Metastasio), si fa confluire la tragedia con l'Opera
Lirica (secondo gli autori la tragedia cantata era la prosecuzione
della tragedia greca)e quando si disperdono i temi mitologici gli
argomenti restano comunque spesso eroici, aulici e lontani dal
quotidiano, accostandosi così ai temi cari ai cantori delle
gesta di questo o quel personaggio. Questo accade già in epoca
rinascimentale e post-rinascimentale, con autori che la rappresentano
sulla scena (come ad esempio il famoso Shaekspeare)che peraltro si
basa su moduli e temi originali o -pian piano- anche in forma del
tutto letteraria, che conserva un legame piu' o meno forte con la
rappresentazione teatrale o lo perde del tutto, divenendo un genere
da leggere, senza neppure piu' ambire ad una scena.
Si può dunque dire che negli ultimi secoli il cammino della tragedia si diversifica: vi è quella che mantiene un rapporto stretto con la scena (es. Brecht ec. ecc. ) quella che diviene un genere letterario, quella che confluisce nell'opera lirica ("La Clemenza di Tito" musicata da Mozart o senza piu' ambizioni di imitazione del teatro classico l'"Elettra" m da Strauss), quella che al contrario riafferma la sua vicinanza alla poesia pura(es. Manzoni ma anche Wilde ecc.), quella che reinterpreta i miti greci o che rappresenta il presente, e così via.
Secondo George Steiner non ci sono oggi molte possibilità per la tragedia come forma d’arte, a meno di cercare il tragico in qualcosa di estraneo all’arte stessa. L’uomo d’oggi è infatti, secondo Steiner, saturato da catastrofi e da atrocità di fronte alle quali reagisce spesso con indifferenza.
Maria Alejandra Pardo IV D